Guariento di Arpo

    cronologia
    1310 ca. - 1367/1370

    Nato attorno al 1310, già citato con la qualifica di magister nel 1338, menzionato in numerosi documenti redatti fra 1341 e 1367, e morto entro il 1370, Guariento è noto soprattutto per la sua attività al servizio dei Carraresi, per i quali lavorò in diverse occasioni e presso il cui palazzo i documenti lo citano di frequente[1].

    Formatosi probabilmente nella bottega del Maestro del Coro Scrovegni, le prime opere (due tavolette con Quattro Santi e Quattro Sante nella Pinacoteca Vaticana, l’Ascensione di collezione Cini) lo mostrano fortemente suggestionato dagli insegnamenti del maestro[2]. Una più decisa adesione al modello giottesco si nota a partire dalla Croce di Bassano del Grappa, commissionata da Maria de’ Bovolini entro il 1332 per essere collocata nella chiesa di San Francesco ed esposta ora nel locale Museo Civico[3]. L’opera appartiene probabilmente alla categoria delle croci monumentali dipinte che un tempo erano allestite sui tramezzi delle chiese mendicanti, dove costituivano il fulcro visivo dell’esperienza religiosa dei fedeli. Il polittico dell’Incoronazione del Norton Simon Museum di Pasadena, verosimilmente proveniente dal duomo di Piove di Sacco, datato 1344, evidenzia una fase successiva del percorso stilistico di Guariento, già orientata in senso gotico e densa di attenzioni al dato naturalistico e aneddotico, ma anche alla preziosità della materia pittorica e alle linee sinuose delle figure[4]. Una tendenza che si precisa e ulteriormente si sviluppa in opere di poco successive quali le tre Vergini in trono provenienti da altrettanti polittici smembrati conservate ora al Courtauld Instittue of Art di Londra, alla Gemäldegalerie di Berlino, e in collezione privata[5]. Questi dipinti, come pure il Trittico con Crocifissione e Santi di collezione Alana[6], mostrano Guariento impegnato in un costante confronto con altre arti, in particolare l’oreficeria e la scultura anche di piccole dimensioni, e in un fitto dialogo con i principali esponenti del gotico in Valpadana, ovvero Tommaso da Modena e Vitale da Bologna.

    In questi stessi anni il pittore inizia la prolifica attività per i Carraresi, venendo ingaggiato dapprima per realizzare la decorazione pittorica a corredo delle arche di Ubertino e Jacopo II nella chiesa di Sant’Agostino, databile per via documentaria al 1351 o poco oltre[7], e successivamente la cappella di palazzo, completata verosimilmente entro il 1354 e composta da un ciclo ad affresco con fatti dell’Antico Testamento, e tavole sul soffitto con le nove Gerarchie Angeliche, la Vergine col Bambino e i quattro Evangelisti[8]. Entrambe le imprese carraresi sopravvivono in stato frammentario; nondimeno, il ricorso alle fonti documentarie e storiche, e l’analisi dei partiti pittorici superstiti, permettono di intuire l’originario assetto delle decorazioni dipinte e le significative innovazioni introdotte dal pittore tanto nelle iconografie quanto nelle strutture narrative e formali delle opere. Incerta è l’attività di Guariento in altri ambienti della reggia carrarese, dove le fonti gli assegnano cicli pittorici ora distrutti e pertanto non giudicabili[9].

    L’attività per i domenicani e per i signori di Padova contribuì probabilmente alla notorietà del pittore, che pochi anni più tardi fu chiamato a Bolzano da Boccio Rossi-Botsch, il quale gli commissionò la decorazione della propria cappella familiare nella chiesa domenicana cittadina[10]. Sebbene gli affreschi siano stati distrutti a seguito delle vicende successive alle soppressioni napoleoniche e a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, la testimonianza delle fonti e foto di repertorio permettono di apprezzarne l’alta qualità di stile e di riconoscere i soggetti ritratti. Negli stessi anni fu attivo per i frati eremitani di Padova, dipingendo cicli dedicati ai santi titolari nella cappella di Sant’Antonio abate e in quella maggiore[11]. In questi affreschi si evidenzia un ritorno al rigore giottesco delle inquadrature e alla narrazione ordinatamente scandita in episodi individuati, sul muro, da nitide cornici; nondimeno, i protagonisti delle vicende narrate si caratterizzano per una verve briosa e a tratti esasperata che li distanzia nettamente dai solenni protagonisti delle storie giottesche, sempre composti e pacati.

    Nel 1362 Guariento è a Venezia per la sua prima commissione dogale, ovvero la decorazione affrescata a corredo dell’arca di Giovanni Dolfin nella cappella maggiore della basilica dei Santi Giovanni e Paolo[12]. Profondamente alterata e in parte distrutta, la decorazione prevedeva una struttura architettonica dipinta e, al suo interno, figure di Virtù a monocromo e la commendatio animae del doge e della dogaressa nella lunetta. Seppure difficile da valutare oggi, l’opera è di fondamentale importanza per contestualizzare la successiva fortuna in laguna di monumenti funebri caratterizzati dalla compresenza di media diversi, un modello assai diffuso in contesto dogale. Sempre a Venezia egli realizzò la sua ultima, grandiosa, impresa, ovvero l’Incoronazione della Vergine fra Angeli e Santi (il Paradiso) nella sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, commissionata dal doge Marco Corner fra 1365 e 1368[13]. Ora ridotta in stato larvale per i danni causati da un incendio, staccata e ricollocata in altra sala, l’opera è tuttavia un caposaldo dell’arte veneziana di fine Trecento, tanto che la composizione fu ripresa in diversi dipinti fino all’inoltrato Quattrocento. Nella stessa sala le fonti attribuiscono a Guariento anche alcuni riquadri del ciclo storico (ora pure distrutto) che narrava i Fatti del 1177, ovvero gli eventi che avevano portato alla lotta fra il papa Alessandro III e l’imperatore Federico II, poi conclusasi grazie all’intervento mediatore di Venezia.

    Numerose altre opere su tavola realizzate fra la metà degli anni Cinquanta del Trecento e il decennio successivo mostrano Guariento attivo per una committenza eterogenea, concentrata soprattutto in territorio padovano o comunque veneto. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di piccoli dipinti destinati alla devozione individuale, o all’arredo dell’altare in chiese che non sempre è possibile individuare, e che presentano il pittore impegnato in un costante affinamento dei mezzi della propria arte.

     

    [1] Per i documenti d’archivio relativi a Guariento, da ultimo: G.P. Mantovani, Guariento nei documenti, in Guariento e la Padova Carrarese. Guariento, catalogo della mostra (Padova 16 aprile-31 luglio 2011), a cura di D. Banzato, F. Flores D'Arcais, A.M. Spiazzi, Venezia 2011, pp. 87-93; Z. Murat, Guariento. Pittore di corte, maestro del naturale, Cinisello Balsamo (Mi) 2016, pp. 202-205.

    [2] Su queste opere e sul possibile apprendistato di Guariento presso il Maestro del Coro Scrovegni: Ibidem, pp. 27-28, 106-111, catt. 1-2.

    [3] L. Bourdua, Guariento's crucifix for Maria Bovolini in San Francesco, Bassano: women and Franciscan art in Italy during the later middle ages, in Pope, church and city: essays in honour of Brenda M. Bolton, ed. by F. Andrews, C. Egger, Leiden 2004, pp. 309-323; Murat, Guariento…, cit., pp. 28-29, 93, 112-113, cat. 3.

    [4] H. Hutter, Das Polyptychon der Sammlung Czernin, “Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen in Wien”, 60 (1964), pp. 35-58; J. White, The reconstruction of the polyptych ascribed to Guariento in the collection of the Norton Simon Foundation, “The Burlington Magazine”, 117 (1975), pp. 517-526, ried. in Studies in Late Medieval Italian Art, London 1984, pp. 319-339; F. Flores D'Arcais, Ancora sul polittico dell'Incoronazione” del Guariento, in Medioevo e Rinascimento Veneto. Con altri studi in onore di Lino Lazzarini. I. Dal Duecento al Quattrocento, Padova 1979, pp. 147-149; Murat, Guariento…, cit., pp. 30-32, 94-95, 114-117, cat. 4.

    [5] Ibidem, pp. 32-33, 118-123, catt. 5-7, con bibliografia precedente.

    [6] Da ultimo: Ibidem, pp. 33-34, 101, 158-159, cat. 11; M. Minardi, in The Alana Collection, IV. Italian Paintings and Sculptures from the fourteenth to the sixteenth century, (in corso di stampa).

    [7] Per il documento del 1351, si veda: G. Biscaro, Le tombe di Ubertino e Jacopo da Carrara, “L’Arte”, II (1899), pp. 88-97. Sugli affreschi, con bibliografia lì citata: Z. Murat, Il Paradiso dei Carraresi. Propaganda politica e magnificenza dinastica nelle pitture di Guariento a Sant’Agostino, in Arte di corte in Italia del Nord. Programmi, modelli, artisti (1330-1402 ca.), Atti del convegno (Losanna 2012), a cura di S. Romano e D. Zaru, Roma 2013, pp. 95-120; Z. Murat, Guariento…, cit., pp. 36-38, 67-69, 124-131 cat. 8.

    [8] La datazione è proposta da Cesira Gasparotto (C. Gasparotto, La reggia dei da Carrara: il palazzo di Ubertino e le nuove stanze dell'Accademia Patavina, “Atti e memorie dell'Accademia Patavina di Scienze, Lettere ed Arti”, 368 (1966-1967), 79, pp. 71-116: 100) e accettata dalla critica successiva. Da ultimo, con rispettivi riferimenti bibliografici: Murat, Guariento…, cit., pp. 38, 69-72, 91-93, 132-147 cat. 9.

    [9] La questione è piuttosto complessa e articolata. Rimando a Ibidem, p. 23 nota 5, e alle fonti lì menzionate.

    [10] T. Franco, in Atlante. Tr3cento. Pittori gotici a Bolzano, a cura di A. De Marchi, T. Franco, V. Gheroldi, S. Spada Pintarelli, Trento 2002, pp. 130-134, cat. 3.13.3; Murat, Guariento…, cit., pp. 38, 72-74, 165-165, cat. 14.

    [11] La bibliografia sulle due cappelle è assai vasta. Per ragioni di spazio non può essere qui interamente riassunta, e rimando allora, con ricca letteratura anteriore, a: Ibidem, pp. 41-42, 74-80, 168-171, cat. 16, 176-187, cat. 19. Si vedano anche le schede relative alle cappelle in questo sito.

    [12] S. D’Ambrosio, in La basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Pantheon della Serenissima, a cura di G. Pavanello, Venezia 2013, pp. 85-88, cat. 13A; Z. Murat, Ivi, pp. 88-90, cat. 13B; Eadem, Guariento…, cit., pp. 41, 80-82, 172-173, cat. 17.

    [13] Ibidem, pp. 43-46, 82-86, 194-199, cat. 22.