Anonimo giottesco (già dato al Maestro di Galzignano)

    La Crocifissione, dipinta sulla parete sinistra della navata, è in stato frammentario. Occultata nel Cinquecento dal monumento funebre di Marco Mantova Benavides, scolpito da Bartolomeo Ammannati, essa fu rimessa in luce nel corso dei restauri diretti da Ferdinando Forlati nel secolo scorso[1], già gravemente deteriorata. Sopravvive solo la porzione centrale della composizione, mentre quella superiore e quella inferiore sono irrimediabilmente distrutte. Dei due santi che si collocano a sinistra della scena, da essa separati tramite una cornice cosmatesca, rimane ora una parte assai esigua che non ne consente il riconoscimento né alcuna discussione critica.

    La scena principale è assai affollata: Cristo crocifisso, isolato al centro, è affiancato in alto da due gruppi di tre angeli ciascuno, caratterizzati da un’animata gestualità e da vesti variopinte. Nella fascia di mezzo, da entrambi i lati, si osservano soldati a cavallo: a sinistra un isolato cavaliere con le mani giunte in preghiera, a destra tre militari introdotti da san Longino, che pare indicare la figura di Cristo. Più in basso si osservano a sinistra il gruppo delle pie donne, con Maria svenuta in primo piano e la Maddalena che abbraccia la croce; a destra invece troviamo Stefaton impegnato nell’atto di porgere a Cristo la spugna imbevuta nell’aceto, e un gruppo di anziani in discussione.

    Attribuito da Mauro Lucco[2] al Maestro di Galzignano sulla base del confronto con l’affresco staccato del Museo Nazionale di Este, proveniente dall’oratorio della Santissima Trinità a Galzignano e datato al 1337 circa[3], il dipinto si deve piuttosto ricondurre a un Anonimo giottesco operante negli anni Venti del secolo.

    Al di là dei caratteri di stile dell’opera, difficili da valutare a pieno per il suo attuale stato frammentario, l’affresco interessa in quanto costituisce un’importante testimonianza della diffusione di prototipi giotteschi in ambito padovano, e pure in un contesto più ampio. Nello specifico, come già rilevava Alessandro Volpe[4], la Crocifissione degli Eremitani mostra di essere una diretta filiazione dell’affresco di identico soggetto dipinto da Giotto nella sala del capitolo al Santo[5]. La proposta è stata in seguito precisata da Massimo Medica[6], che ha individuato nella Crocifissione del Santo il modello di numerose opere che a essa si apparentano strettamente sia nella complessiva orchestrazione, sia in taluni specifici elementi della raffigurazione, e soprattutto nei personaggi ritratti che ricorrono identici nelle pose e nelle azioni svolte. Le opere discusse dallo studioso si collocano in Italia padana, fra il Veneto e la Romagna, e sono il frutto di diverse maestranze accomunate dal medesimo riferimento al precedente giottesco[7].

    L’Anonimo giottesco cui spetta l’affresco degli Eremitani era dunque senza dubbio aggiornato sulle novità proposte da Giotto in città, che egli ripropose in modo certo più corsivo e superficiale, ma comunque non privo di qualità.

    Fonti e documenti non offrono appigli storici per chiarire l’originaria funzione dell’affresco, né per individuarne il committente. Poiché non pare si trovasse alcun altare in corrispondenza del dipinto, si può forse ipotizzare che esso fosse in origine legato ad una sepoltura, di cui tuttavia non è stato finora possibile trovare alcuna traccia documentaria[8].

     

    [1] F. Forlati, Restauro della chiesa degli Eremitani a Padova, “Bollettino d’arte”, IV serie, 33 (1948), pp. 80-84.

    [2] M. Lucco, Me pinxit”: schede per un catalogo del Museo Antoniano, “Il Santo”, 17 (1977), pp. 243-279: 259.

    [3] L’oratorio fu fondato nel 1337 (R. Pallucchini, La pittura veneziana del Trecento, Venezia-Roma 1964, p. 98; L. Grossato, in Da Giotto al Mantegna, catalogo della mostra (Padova, 9 giugno-4 novembre 1974), a cura di L. Grossato, Milano 1974, s.p., cat. 8; Lucco, Me pinxit”.., cit., p. 259; A.M. Spiazzi, Padova, in La pittura nel Veneto. Il Trecento, a cura di M. Lucco, Milano 1992, 2 voll., I, pp. 88-177: 109). Il 2 settembre del 1347, Riccobona da Carrara, vedova del conte Antonio da Lozzo, lo donava ai frati minori conventuali di Padova (A. Sartori, La provincia del Santo dei Frati Minori Conventuali, a cura di P.G. Luisetto, Padova 1986, 2 voll., I, pp. 763-769). Di recente Enrica Cozzi (E. Cozzi, Giotto e bottega al Santo: gli affreschi della sala Capitolare, dell’andito e delle cappelle radiali, in Cultura, arte e committenza nella Basilica di S. Antonio di Padova nel Trecento, atti del convegno (Padova, 24-26 maggio 2001), a cura di L. Baggio, M. Benetazzo, Padova 2003, pp. 77-91: 79-80) affermava di essere a conoscenza di alcuni documenti che consentirebbero di anticipare la data di costruzione dell’oratorio e così pure della sua decorazione affrescata. Tali documenti, di cui la studiosa annunciava la prossima pubblicazione, non sono ancora stati resi noti al pubblico.

    [4] A. Volpe, Giotto e i riminesi. Il gotico e l'antico nella pittura di primo Trecento, Milano 2002, p. 64.

    [5] Su quest’opera si veda da ultimo, con approfondita discussione critica e vasta bibliografica anteriore: L. Baggio, Iconografia di Sant’Antonio al Santo di Padova nel XIII e XIV secolo. Spazi, funzioni, messaggi figurati, committenze, tesi di dottorato in Storia e critica dei beni artistici, musicali e dello spettacolo (XXVI ciclo), Università degli Studi di Padova, supervisore G. Valenzano, anni acc. 2011.2013, pp. 175-183. Lo studioso sta ora pubblicando i risultati di questa ricerca in un volume monografico.

    [6] M. Medica, L’insediamento francescano di Villa Verucchio. Note sulla provenienza del “dossale Corvisieri” e su un modello giottesco per la Romagna, in Giovanni Baronzio e la pittura a Rimini nel Trecento, catalogo della mostra (Roma, 14 marzo - 15 giugno 2008), a cura di D. Ferrara, Cinisello Balsamo (Mi) 2008, pp. 59-67.

    [7] Le opere in questione sono: l’affresco con Crocifissione nella chiesa di Santa Croce a Villa Verucchio, attribuito al Maestro di Villa Verucchio; un altarolo ligneo con raffigurazioni in vetro dorato e graffito, ora conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, di probabile produzione padovana; la già citata Crocifissione di Este. Medica, L’insediamento francescano.., cit.; Baggio, Iconografia di Sant’Antonio.., cit.

    [8] Per una approfondita discussione delle molte sepolture collocate nella chiesa degli Eremitani, rimando a: R. Monetti, Eremiti di Sant’Agostino nel Trecento veneto. Studia, vita religiosa e società nei conventi di Treviso e Padova, tesi di dottorato in Studi umanistici (XXIII ciclo), Università degli Studi di Verona, supervisori M.C. Rossi, G.M. Varanini, anni acc. 2008-2010 pp. 283-305. Di diversa opinione è Carlo Pùlisci che ipotizza che il dipinto potesse essere in connessione a un altare consacrato forse alla Trinità, C. Pùlisci, Il complesso degli Eremitani a Padova: l’architettura di chiesa e convento dalle origini a oggi, tesi di dottorato di ricerca in Storia e critica dei beni artistici, musicali e dello spettacolo (XXV ciclo), Università degli studi di Padova, supervisore G. Valenzano, anni acc. 2010-2012, p. 102, 104.

    Zuleika Murat